martedì 14 dicembre 2021
domenica 21 novembre 2021
lunedì 25 giugno 2018
Ti lascio nell' angolo.
Tu arrivi
io me ne vado
per un momento
ci potremo incontrare
come succede
con l'ultimo venuto
e il primo
che se ne va.
Ti lascio nell’ angolo
del salotto
in cui sono stata
ti lascio
in quell’ angolo
alcuni strumenti.
Li riconoscerai
perché saranno
stravaganti
intessuti di fili
di incerta provenienza.
E ancora ti lascio
una folata di vento
della sera
quello che porta
il ringo sperna.
Il desiderio
del gatto
appena prima
della primavera.
Sul vetro
del salotto
dove proprio non
lo vede nessuno
sarà per te
solo per te
il geco appiattito.
Stai immobile
ad osservarlo:
sotto ti verrà
incontro
un profumo
di pipa.
mercoledì 22 febbraio 2017
mercoledì 15 giugno 2016
lunedì 25 aprile 2016
IL FILM LA RAGAZZA CARLA A ROMA -TEATRO ARGENTINA - 5 maggio 2016 - ore 20 e 30 -INGRESSO LIBERO
La ragazza Carla
con Carla Chiarelli e Elio
dal poema di Elio Pagliarani
regia di Alberto Saibene
Giovedì 5 maggio alle ore 20,30
al Teatro Argentina,
Largo di Torre Argentina 52, Roma
un film creato intorno a un grande poema italiano, un esperimento unico nel genere
Programma della serata:
Saluto del direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi
Al termine della proiezione Andrea Cortellessa e Emilano Morreale incontreranno il regista Alberto Saibene, la protagonista Carla Chiarelli, Cetta Petrollo Pagliarani e Lia Pagliarani.
Esiste un’anima della città? Un suo carattere, una personalità, un tratto distintivo che si riconosce nel tempo e che finisce per connotare anche i comportamenti dei suoi abitanti?
Carla è la figlia minore della vedova
Dondi, donna della più piccola borghesia che fa pantofole per
sostenere il magro bilancio famigliare.
La ragazza viene iscritta ad una scuola di formazione professionale per dattilografe. A scuola fa quello che deve fare, senza una vera passione o una convinta determinazione. In testa ha altri pensieri, altri sogni e un gran paura di buttarsi nella mischia.
Finita la scuola Carla trova lavoro presso la Transocean Limited Import Export Company, piccola ditta in piazza del Duomo. La dirige il misterioso signor Praték, che non sembra avere grandi riguardi per i suoi dipendenti e che addirittura fa delle esplicite avances alla povera Carla. La quale scappa inorridita dalla mamma per dirle che non ne vuole più sapere di quel lavoro.
Ma la madre le dice chiaramente che trovare un lavoro non è facile di questi tempi, e la figlia non può permettersi di perderlo. La storia si chiude con Carla pronta ad affrontare una nuova giornata di lavoro, sospesa tra rifiuto della società e apertura verso la vita.
La ragazza viene iscritta ad una scuola di formazione professionale per dattilografe. A scuola fa quello che deve fare, senza una vera passione o una convinta determinazione. In testa ha altri pensieri, altri sogni e un gran paura di buttarsi nella mischia.
Finita la scuola Carla trova lavoro presso la Transocean Limited Import Export Company, piccola ditta in piazza del Duomo. La dirige il misterioso signor Praték, che non sembra avere grandi riguardi per i suoi dipendenti e che addirittura fa delle esplicite avances alla povera Carla. La quale scappa inorridita dalla mamma per dirle che non ne vuole più sapere di quel lavoro.
Ma la madre le dice chiaramente che trovare un lavoro non è facile di questi tempi, e la figlia non può permettersi di perderlo. La storia si chiude con Carla pronta ad affrontare una nuova giornata di lavoro, sospesa tra rifiuto della società e apertura verso la vita.
Il film nasce dal poema di Elio Pagliarani 'La ragazza
Carla', uno dei capolavori misconosciuti della letteratura italiana del
XX secolo, ambientato nella Milano del dopoguerra e
ancora incredibilmente attuale.
L’impalcatura del film è costruita sulla recitazione dei passaggi più significativi del poema da parte dell’attrice Carla Chiarelli. Il progetto prende spunto dal suo lavoro sul testo, dopo che per anni ne ha tenuto viva la memoria proponendolo al pubblico.
Con lei Elio, sorta di redattore–psicologo di un immaginario giornale che legge la ‘piccola posta del cuore’ delle ragazze di oggi e risponde alle loro domande, spesso in modo fulminante e surreale.
I temi delle lettere sono gli stessi del poema di Pagliarani ed esprimono il disagio delle ragazze di oggi che si affacciano per la prima volta alla realtà che la città mette davanti ai loro occhi.
L’impalcatura del film è costruita sulla recitazione dei passaggi più significativi del poema da parte dell’attrice Carla Chiarelli. Il progetto prende spunto dal suo lavoro sul testo, dopo che per anni ne ha tenuto viva la memoria proponendolo al pubblico.
Con lei Elio, sorta di redattore–psicologo di un immaginario giornale che legge la ‘piccola posta del cuore’ delle ragazze di oggi e risponde alle loro domande, spesso in modo fulminante e surreale.
I temi delle lettere sono gli stessi del poema di Pagliarani ed esprimono il disagio delle ragazze di oggi che si affacciano per la prima volta alla realtà che la città mette davanti ai loro occhi.
Produzione Mir Cinematografica con Rai C
inema
In collaborazione con Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e Fondazione Cineteca Italiana
un progetto di Luca Bigazzi, Carla Chiarelli, Carlotta Cristiani, Gianfilippo Pedote, Simone Pera, Alberto Saibenevenerdì 8 aprile 2016
venerdì 12 febbraio 2016
La contemporanea Spoon river di Cony Ray
Interno 4
o di una
contemporanea Spoon river
Chi vuole incontrare Cony Ray nel viaggio
metropolitano di Interno 4, libro volutamente ed interamente autoprodotto dall’ autore –
editore, alla ricerca di “Qualcosa di buono” che “ accada sotto
il cielo della solitudine”?
I suoi passanti ce li
elenca tutti a pagina 114 di questa sua
raccolta di esordio, Interno 4 ( Roma 2008, pp.138), sono i Maestri della sua
ricerca poetica, gli amati ispiratori della sua scrittura in uno schiacciamento
ed annullamento del tempo dove “un anno o dieci anni non sono niente” ed essi,
i Poeti Maestri, possono incontrare i marginali del vivere che Cony descrive
nelle narrazioni in versi del suo libro.
Dunque, fra gli altri,
Edgar Allan Poe, Dino Campana, Dylan Thomas, Majakovskij, Anne Sexton, Allen
Ginsberg, Biagio Propato, Blake, Bob Dylan, Jack Kerouac, Pier Paolo Pasolini,
Fabrizio De Andrè, Amelia Rosselli , Lou Reed e Bertold Brecht incontrano, per
le strade di questa contemporanea Spoon River, il poeta, il carcerato, il
transessuale, il voyeur, l’anoressica e la suicida, e tutti quanti, incontrano,
in chiusura di viaggio, il padre che educa ed indirizza, esibendo
l’ineluttabilità della morte: “ a me non piacciono le sorprese che suonano il
campanello/ di casa al mattino./ Attraverso i carboni del fuoco della tua
malattia,/ in fondo, ho imparato la lezione. / Per ogni cosa della vita,/è bene
non farsi trovare impreparati.”
L’umanità precaria che
narra la diversità, narra, a ben leggere i modi della propria quotidiana morte,
tinta di frammenti corporali ( “ e
quando nel cesso vomito il niente,/ quel niente mi ricorda la mia fragilità”; “
ora l’atto è compiuto,/ lo sperma è andato in un kleenex”), la danza è una
danza macabra ( sai come me ,/ che la tristezza,/ in qualsiasi notte di
pioggia,/ puoi schiacciarla ballando ).
La strada più che vissuta,
è osservata, come metafora del vivere. Non deve trarre in inganno il vitalismo,
quasi dannunziano, che apre e chiude Interno 4 ( “ amore quindi per la vita,
per quella che gira fuori e dentro di noi, con tutte le sue contraddizioni,
quotidiane e universali” ; “ E la poesia sotterranea è ancora Regina delle
fogne…/ Ed io dal profondo continuo a credere in quella poesia”), l’impalcatura di Cony è severamente morale e
chiusa nel recinto dell’osservazione del limite estremo, che i marginali, più
di tutti gli altri, conoscono e affrontano ogni giorno.
Per questo alla
poesia è riconosciuta la missione “politica” di tentare il cambiamento e di
scommettere sulla sua possibilità ( “ In fondo le parole nell’immagine di un
verso/ filtrano in una riflessione insospettabile/ che ha il sapore di
un’aggressione a sangue freddo” ).
Sceneggiatura
sulla nostra contemporanea umanità, canovaccio di destini dolorosi che
rimandano al nostro, Interno 4 si colloca, pienamente ed in modo del tutto
originale, nella tradizione della poesia civile
del nostro secondo Novecento.
Cetta Petrollo
Cony
Ray, Interno 4, Roma, 2008, pp.138
martedì 26 gennaio 2016
lunedì 28 dicembre 2015
giovedì 24 dicembre 2015
Dante Maffia sui Recitativi d'amore.
CETTA
PETROLLO, Recitativi d’amore e altre
poesie (1977-2013), San Cesario di Lecce, 2013, pp. 146.
Un
libro che abbraccia un lungo arco di tempo, circa trentasei anni, eppure non
s’avverte nessuna frattura tra il prima e il dopo, il che significa che Cetta
Petrollo è nata subito attuale e completa, convincente e accesa da autentico
sentire. Certo, i temi si sono dilatati e taluni accorgimenti stilistici si
sono affinati, ma la sostanza del suo poetare è rimasta cristallina e densa
come al cominciamento. E’ come se le parole e le immagini di Recitativi d’amore nascessero dalle
mani, dagli occhi, dai capelli, da tutto il corpo di Cetta che però resta
“fuori” dalle grinfie dell’immobilità travasando discorsi che creano e
cancellano la tentazione d’esistere, come detta il titolo di un libro di
Cioran.
Se
volessimo racchiudere in mezza pagina la ricchezza di questo libro, come un
tempo facevano Enrico Falqui, Lorenzo Gigli e Giuseppe De Robertis, troveremmo
grosse difficoltà, non perché manchino gli argomenti, ma perché sono liquidi,
si muovono con i gesti e con i sospiri di Cetta, con le sue sensazioni, con i
movimenti delle sue mani. Dunque è una poesia-corpo che s’addensa in anima che
però assume le connotazioni di una piazza dove fanno ressa le danze delle
metafore sfaldando ogni punto fermo, rompendo i muri, sparpagliandone i pezzi, ribaltando
interamente i dati della realtà, riducendo a zero la scrittura, ridando vita e
forma inedita alla Parola, tentando di svelare i nessi tra essere e non essere,
tra luce e buio, tra realtà e sogno, tra trasgressione e assuefazione.
Per
Cetta non ci sono regole in cui entrare e farsi imbrigliare, sarebbe la morte
della poesia. La dimostrazione lampante di ciò la dà nei diciotto Sonetti che chiudono il libro, ma non serrano
le vibrazioni e i sussulti scaturiti dalle matasse limpide dei tempi poetici
scanditi sopra un immaginario palcoscenico che non chiude mai il sipario. La
poesia di Cetta Petrollo è, a un tempo, flusso della coscienza e disegno
geometrico di un teorema linguistico e psicologico che vuole ottenere la
reazione del lettore non disposto a mettersi in gioco: “Vedi come scrivo / con
calma / e vado e vengo dalla barra / e vado e vengo dal treno / e ogni volta
t’avverto / (ma faccio nicchia nel letto)”. Sono parecchie le composizioni in
cui tutto sembra slabbrarsi e andare per vie traverse, in cui il Caos
primordiale si pone al comando del viaggio illudendosi di andare lontano e non
s’accorge che si tratta di un viaggio intorno alla stanza per poter decifrare i
motivi degli sfaceli piovuti nel mondo.
La
presenza di Cetta nei versi è viva e non intende defilarsi per fare posto alle
astrazioni. Purtroppo le cose esistono e hanno una forma e un peso e dunque
bisogna farci i conti e fare i conti con la timidezza della Parola, con la sua
incapacità, spesso, di uscire dal conformismo dei vocabolari e assidersi al
centro della sostanza viva dell’essere. Le reiterazioni che qua e là affiorano
ci danno la dimostrazione di una lotta ingaggiata dalla poetessa per portare il
canto e la lirica dentro ragioni quietamente non subordinate a niente e a
nessuno. Da qui l’anarchia che si respira nelle pagine, anarchia semantica e
stilistica, umana e a tratti disumana, concreta e fuggevole, latitante e
amorosamente accolta nei sobbalzi delle intuizioni. Insomma, poesia che sa di
vita piena, dettata a Cetta da un dio umanissimo e chiaroveggente, anche
politicamente parlando.
Libri
così non ne vedo molti nel panorama della poesia italiana e perciò un plauso
alla libertà assoluta con cui la poetessa ha affrontato l’amore e la sua
sostanza, il dissesto dell’identità e dei valori e il loro mormorio mortuario
che in lei diventa lotta alla norma, al già visto e sentito, all’immobilismo
della politica e della letteratura.
DANTE
MAFFIA
Recitativi d'amore - Recensione di Cony Ray
Recitativi d’amore – di Cetta Petrollo
Recensione di Cony Ray
Emily
Dickinson, Silvia Plath, Anne Sexton?
Forse. Certo è che quella di Cetta
Petrollo è quintessenza di una originale poetica al femminile che non veste –
tra i versi – di quota rosa, né di una goccia di
Chanel n° 5, ma di pura essenza
pregnante di vita.
Il “recitativo” forma di composizione usata comunemente in melodrammi,
oratori, cantate e opere,
ma talvolta anche nei concerti, qui si fa canto alla vita
e all’amare.
E’ colloquio confidenziale, che è del
saper comunicare ciò che significa essere donna senza trucchi ne inganni. E’
del farsi “versi senza veli” di chi ama dal profondo la vita che altri gettano
via ogni giorno e ogni notte.
E l’averti addosso di Gino Paoli, come
una camicia, come un cappotto, come un bottone, una canzone mai finita, come un
giorno di sole di Maggio che scalda la pelle.
Scardinati dallo scrigno dell’esistenza
i cassetti dell’Io, della giovinezza, del presente consapevole, dell’amore,
della magia e della perdita, l’Isola del far tesoro l’Itaca tessuta da una
Penelope dei nostri giorni emerge all’orizzonte dalla costa del nostro tempo,
dai versi, con slancio, trasporto, come mossi da primo impulso - come da mille
leghe di un oceano di sensazioni, emozioni - fino a giungere al nostro
orizzonte a volte limitato, in superficie, ed approdare nella raccolta di poesie
& sonetti “Recitativi d’amore”.
Nella geografia della raccolta di versi
- che idealmente s’incammina nella Genova dei carruggi fino sui sampietrini di
Via Margutta, è il valore che si fa unità di misura del proprio esperito nella
difettosa mappa della vita, di quel interrogarsi che pone il sé - come il
lettore - davanti ad uno specchio che rifletterà ciò che nel sé conta, che è
del sentir profondo nell’animo e che all’amina, quando amore è, sembra ci dica:
Sospira…
E il miracolo che si compie proprio quando
amare non è un fine, quando non è mai un troppo rumore per nulla e nulla andrà
perso nel tempo che verrà.
L’ironia che è il sale nel mare della
vita, batte il ritmo di alcuni versi.
Si fa strada come a lenire le ferite.
A volte tagliante come l’ironia di Ennio
Flaiano, in un aforisma dei suoi in “Un marziano a Roma”: “La parola serve a
nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina
chi osa guardarla in faccia.”.
E’ vero, volutamente non ho citato
nemmeno un verso di Cetta Petrollo.
Sarebbe un sacrilegio. Come svelare la
trama di un film, il suo finale, il colpo di scena.
Per voce di donna attenta, Recitativi
d’amore è una possibilità che ci viene donata
dall’autrice nel poter imparare e
comprendere che l’osservare le cose della vita non è più una “questione
privata” ma cosmica.
Non più con gli occhi di genere ossia
maschile o femminile, ma di persone.
E’ tuffarsi e immergersi in apnea nelle
acque dell’esistenza,
nel circo della vita, senza rete.
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