domenica 21 novembre 2021

 

Vi aspetto il 30 novembre dalle 17 e 30 per firmare le copie di Giochiamo a contarci le dita. 

Vittorio Pavoncello e Pina Nuzzo saranno con me.



lunedì 25 giugno 2018

Ti lascio nell' angolo.

Tu arrivi
io me ne vado
per un momento
ci potremo incontrare
come succede
con l'ultimo venuto
e il primo
che se ne va.
Ti lascio nell’ angolo
del salotto
in cui sono stata
ti lascio
in quell’ angolo
alcuni strumenti.
Li riconoscerai
perché saranno
stravaganti
intessuti di fili
di incerta provenienza.
E ancora ti lascio
una folata di vento
della sera
quello che porta
il ringo sperna.
Il desiderio
del gatto
appena prima
della primavera.
Sul vetro
del salotto
dove proprio non
lo vede nessuno
sarà per te
solo per te
il geco appiattito.
Stai immobile
ad osservarlo:
sotto ti verrà
incontro
un profumo
di pipa.

lunedì 25 aprile 2016

IL FILM LA RAGAZZA CARLA A ROMA -TEATRO ARGENTINA - 5 maggio 2016 - ore 20 e 30 -INGRESSO LIBERO

https://www.facebook.com/premionazionaleeliopagliaraniit-1715157658700219/?fref=ts

La ragazza Carla
con Carla Chiarelli e Elio
dal poema di Elio Pagliarani
regia di Alberto Saibene
Giovedì 5 maggio alle ore 20,30
al Teatro Argentina
Largo di Torre Argentina 52, Roma
un film creato intorno a un grande poema italiano, un esperimento unico nel genere

Programma della serata:
Saluto del direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi
Al termine della proiezione Andrea Cortellessa e Emilano Morreale incontreranno il regista Alberto Saibene, la protagonista Carla Chiarelli, Cetta Petrollo Pagliarani e Lia Pagliarani.

Esiste un’anima della città? Un suo carattere, una personalità, un tratto distintivo che si riconosce nel tempo e che finisce per connotare anche i comportamenti dei suoi abitanti?

Carla è la figlia minore della vedova Dondi, donna della più piccola borghesia che fa pantofole per sostenere il magro bilancio famigliare.
La ragazza viene iscritta ad una scuola di formazione professionale per dattilografe. A scuola fa quello che deve fare, senza una vera passione o una convinta determinazione. In testa ha altri pensieri, altri sogni e un gran paura di buttarsi nella mischia.
Finita la scuola Carla trova lavoro presso la Transocean Limited Import Export Company, piccola ditta in piazza del Duomo. La dirige il misterioso signor Praték,  che non sembra avere grandi riguardi per i suoi dipendenti e che addirittura fa delle esplicite avances alla povera Carla. La quale scappa inorridita dalla mamma per dirle che non ne vuole più sapere di quel lavoro.
Ma la madre le dice chiaramente che trovare un lavoro non è facile di questi tempi, e la figlia non può permettersi di perderlo. La storia si chiude con Carla pronta ad affrontare una nuova giornata di lavoro, sospesa tra rifiuto della società e apertura verso la vita.
Il film nasce dal poema di Elio Pagliarani  'La ragazza Carla', uno dei capolavori misconosciuti della letteratura italiana del XX secolo, ambientato nella Milano del dopoguerra e ancora incredibilmente attuale.
L’impalcatura del  film  è costruita sulla recitazione dei passaggi  più significativi del poema da parte dell’attrice Carla Chiarelli. Il progetto prende spunto dal suo lavoro sul testo, dopo che per anni ne ha tenuto viva la memoria proponendolo al pubblico.
Con lei Elio, sorta di redattore–psicologo di un immaginario giornale che legge la ‘piccola posta del cuore’ delle ragazze di oggi e risponde alle loro domande, spesso in modo fulminante e surreale. 
I temi delle lettere  sono gli stessi del poema di Pagliarani ed esprimono il disagio delle ragazze di oggi che si affacciano per la prima volta alla realtà che la città mette davanti ai loro occhi. 

Produzione Mir Cinematografica con Rai C
inema
In collaborazione con Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e Fondazione Cineteca Italiana 
un progetto di Luca Bigazzi, Carla Chiarelli, Carlotta Cristiani, Gianfilippo Pedote, Simone Pera, Alberto Saibene

venerdì 12 febbraio 2016

La contemporanea Spoon river di Cony Ray



Interno 4
o di una contemporanea Spoon river


Chi vuole incontrare Cony Ray nel viaggio metropolitano di Interno 4, libro volutamente ed interamente autoprodotto dall’ autore – editore, alla ricerca di “Qualcosa di buono” che “ accada sotto il cielo della solitudine”?
I suoi passanti ce li elenca tutti a pagina 114  di questa sua raccolta di esordio, Interno 4 ( Roma 2008, pp.138), sono i Maestri della sua ricerca poetica, gli amati ispiratori della sua scrittura in uno schiacciamento ed annullamento del tempo dove “un anno o dieci anni non sono niente” ed essi, i Poeti Maestri, possono incontrare i marginali del vivere che Cony descrive nelle  narrazioni in versi del suo libro.
Dunque, fra gli altri, Edgar Allan Poe, Dino Campana, Dylan Thomas, Majakovskij, Anne Sexton, Allen Ginsberg, Biagio Propato, Blake, Bob Dylan, Jack Kerouac, Pier Paolo Pasolini, Fabrizio De Andrè, Amelia Rosselli , Lou Reed e Bertold Brecht incontrano, per le strade di questa contemporanea Spoon River, il poeta, il carcerato, il transessuale, il voyeur, l’anoressica e la suicida, e tutti quanti, incontrano, in chiusura di viaggio, il padre che educa ed indirizza, esibendo l’ineluttabilità della morte: “ a me non piacciono le sorprese che suonano il campanello/ di casa al mattino./ Attraverso i carboni del fuoco della tua malattia,/ in fondo, ho imparato la lezione. / Per ogni cosa della vita,/è bene non farsi trovare impreparati.”
L’umanità precaria che narra la diversità, narra, a ben leggere i modi della propria quotidiana morte, tinta di frammenti  corporali ( “ e quando nel cesso vomito il niente,/ quel niente mi ricorda la mia fragilità”; “ ora l’atto è compiuto,/ lo sperma è andato in un kleenex”), la danza è una danza macabra ( sai come me ,/ che la tristezza,/ in qualsiasi notte di pioggia,/ puoi schiacciarla ballando ).
La strada più che vissuta, è osservata, come metafora del vivere. Non deve trarre in inganno il vitalismo, quasi dannunziano, che apre e chiude Interno 4 ( “ amore quindi per la vita, per quella che gira fuori e dentro di noi, con tutte le sue contraddizioni, quotidiane e universali” ; “ E la poesia sotterranea è ancora Regina delle fogne…/ Ed io dal profondo continuo a credere in quella poesia”),  l’impalcatura di Cony è severamente morale e chiusa nel recinto dell’osservazione del limite estremo, che i marginali, più di tutti gli altri, conoscono e affrontano ogni giorno.
Per questo alla poesia è riconosciuta la missione “politica” di tentare il cambiamento e di scommettere sulla sua possibilità ( “ In fondo le parole nell’immagine di un verso/ filtrano in una riflessione insospettabile/ che ha il sapore di un’aggressione a sangue freddo” ).
Sceneggiatura sulla nostra contemporanea umanità, canovaccio di destini dolorosi che rimandano al nostro, Interno 4 si colloca, pienamente ed in modo del tutto originale, nella tradizione della poesia civile  del nostro secondo Novecento.

Cetta Petrollo
Cony Ray, Interno 4, Roma, 2008, pp.138

giovedì 24 dicembre 2015

Nanni Balestrini per Genova Voci- Biblioteca Universitaria di Genova- 17 dicembre 2015


Dante Maffia sui Recitativi d'amore.



CETTA PETROLLO, Recitativi d’amore e altre poesie (1977-2013), San Cesario di Lecce, 2013, pp. 146.

Un libro che abbraccia un lungo arco di tempo, circa trentasei anni, eppure non s’avverte nessuna frattura tra il prima e il dopo, il che significa che Cetta Petrollo è nata subito attuale e completa, convincente e accesa da autentico sentire. Certo, i temi si sono dilatati e taluni accorgimenti stilistici si sono affinati, ma la sostanza del suo poetare è rimasta cristallina e densa come al cominciamento. E’ come se le parole e le immagini di Recitativi d’amore nascessero dalle mani, dagli occhi, dai capelli, da tutto il corpo di Cetta che però resta “fuori” dalle grinfie dell’immobilità travasando discorsi che creano e cancellano la tentazione d’esistere, come detta il titolo di un libro di Cioran.
Se volessimo racchiudere in mezza pagina la ricchezza di questo libro, come un tempo facevano Enrico Falqui, Lorenzo Gigli e Giuseppe De Robertis, troveremmo grosse difficoltà, non perché manchino gli argomenti, ma perché sono liquidi, si muovono con i gesti e con i sospiri di Cetta, con le sue sensazioni, con i movimenti delle sue mani. Dunque è una poesia-corpo che s’addensa in anima che però assume le connotazioni di una piazza dove fanno ressa le danze delle metafore sfaldando ogni punto fermo, rompendo i muri, sparpagliandone i pezzi, ribaltando interamente i dati della realtà, riducendo a zero la scrittura, ridando vita e forma inedita alla Parola, tentando di svelare i nessi tra essere e non essere, tra luce e buio, tra realtà e sogno, tra trasgressione e assuefazione.
Per Cetta non ci sono regole in cui entrare e farsi imbrigliare, sarebbe la morte della poesia. La dimostrazione lampante di ciò la dà nei diciotto Sonetti che chiudono il libro, ma non serrano le vibrazioni e i sussulti scaturiti dalle matasse limpide dei tempi poetici scanditi sopra un immaginario palcoscenico che non chiude mai il sipario. La poesia di Cetta Petrollo è, a un tempo, flusso della coscienza e disegno geometrico di un teorema linguistico e psicologico che vuole ottenere la reazione del lettore non disposto a mettersi in gioco: “Vedi come scrivo / con calma / e vado e vengo dalla barra / e vado e vengo dal treno / e ogni volta t’avverto / (ma faccio nicchia nel letto)”. Sono parecchie le composizioni in cui tutto sembra slabbrarsi e andare per vie traverse, in cui il Caos primordiale si pone al comando del viaggio illudendosi di andare lontano e non s’accorge che si tratta di un viaggio intorno alla stanza per poter decifrare i motivi degli sfaceli piovuti nel mondo.
La presenza di Cetta nei versi è viva e non intende defilarsi per fare posto alle astrazioni. Purtroppo le cose esistono e hanno una forma e un peso e dunque bisogna farci i conti e fare i conti con la timidezza della Parola, con la sua incapacità, spesso, di uscire dal conformismo dei vocabolari e assidersi al centro della sostanza viva dell’essere. Le reiterazioni che qua e là affiorano ci danno la dimostrazione di una lotta ingaggiata dalla poetessa per portare il canto e la lirica dentro ragioni quietamente non subordinate a niente e a nessuno. Da qui l’anarchia che si respira nelle pagine, anarchia semantica e stilistica, umana e a tratti disumana, concreta e fuggevole, latitante e amorosamente accolta nei sobbalzi delle intuizioni. Insomma, poesia che sa di vita piena, dettata a Cetta da un dio umanissimo e chiaroveggente, anche politicamente parlando.
Libri così non ne vedo molti nel panorama della poesia italiana e perciò un plauso alla libertà assoluta con cui la poetessa ha affrontato l’amore e la sua sostanza, il dissesto dell’identità e dei valori e il loro mormorio mortuario che in lei diventa lotta alla norma, al già visto e sentito, all’immobilismo della politica e della letteratura.

DANTE MAFFIA



Recitativi d'amore - Recensione di Cony Ray



Recitativi d’amore – di Cetta Petrollo
Recensione di Cony Ray


Emily Dickinson, Silvia Plath, Anne Sexton?

Forse. Certo è che quella di Cetta Petrollo è quintessenza di una originale poetica al femminile che non veste – tra i versi – di quota rosa, né di una goccia di
Chanel n° 5, ma di pura essenza pregnante di vita.

Il “recitativo” forma di composizione usata comunemente in melodrammi, oratori, cantate e opere, ma talvolta anche nei concerti, qui si fa canto alla vita
e all’amare.

E’ colloquio confidenziale, che è del saper comunicare ciò che significa essere donna senza trucchi ne inganni. E’ del farsi “versi senza veli” di chi ama dal profondo la vita che altri gettano via ogni giorno e ogni notte.
E l’averti addosso di Gino Paoli, come una camicia, come un cappotto, come un bottone, una canzone mai finita, come un giorno di sole di Maggio che scalda la pelle.

Scardinati dallo scrigno dell’esistenza i cassetti dell’Io, della giovinezza, del presente consapevole, dell’amore, della magia e della perdita, l’Isola del far tesoro l’Itaca tessuta da una Penelope dei nostri giorni emerge all’orizzonte dalla costa del nostro tempo, dai versi, con slancio, trasporto, come mossi da primo impulso - come da mille leghe di un oceano di sensazioni, emozioni - fino a giungere al nostro orizzonte a volte limitato, in superficie, ed approdare nella raccolta di poesie & sonetti “Recitativi d’amore”.

Nella geografia della raccolta di versi - che idealmente s’incammina nella Genova dei carruggi fino sui sampietrini di Via Margutta, è il valore che si fa unità di misura del proprio esperito nella difettosa mappa della vita, di quel interrogarsi che pone il sé - come il lettore - davanti ad uno specchio che rifletterà ciò che nel sé conta, che è del sentir profondo nell’animo e che all’amina, quando amore è, sembra ci dica: Sospira…
E il miracolo che si compie proprio quando amare non è un fine, quando non è mai un troppo rumore per nulla e nulla andrà perso nel tempo che verrà.

L’ironia che è il sale nel mare della vita, batte il ritmo di alcuni versi.
Si fa strada come a lenire le ferite.
A volte tagliante come l’ironia di Ennio Flaiano, in un aforisma dei suoi in “Un marziano a Roma”: “La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia.”.

E’ vero, volutamente non ho citato nemmeno un verso di Cetta Petrollo.
Sarebbe un sacrilegio. Come svelare la trama di un film, il suo finale, il colpo di scena.
Per voce di donna attenta, Recitativi d’amore è una possibilità che ci viene donata
dall’autrice nel poter imparare e comprendere che l’osservare le cose della vita non è più una “questione privata” ma cosmica.
Non più con gli occhi di genere ossia maschile o femminile, ma di persone.
E’ tuffarsi e immergersi in apnea nelle acque dell’esistenza,
nel circo della vita, senza rete.