venerdì 8 aprile 2016
venerdì 12 febbraio 2016
La contemporanea Spoon river di Cony Ray
Interno 4
o di una
contemporanea Spoon river
Chi vuole incontrare Cony Ray nel viaggio
metropolitano di Interno 4, libro volutamente ed interamente autoprodotto dall’ autore –
editore, alla ricerca di “Qualcosa di buono” che “ accada sotto
il cielo della solitudine”?
I suoi passanti ce li
elenca tutti a pagina 114 di questa sua
raccolta di esordio, Interno 4 ( Roma 2008, pp.138), sono i Maestri della sua
ricerca poetica, gli amati ispiratori della sua scrittura in uno schiacciamento
ed annullamento del tempo dove “un anno o dieci anni non sono niente” ed essi,
i Poeti Maestri, possono incontrare i marginali del vivere che Cony descrive
nelle narrazioni in versi del suo libro.
Dunque, fra gli altri,
Edgar Allan Poe, Dino Campana, Dylan Thomas, Majakovskij, Anne Sexton, Allen
Ginsberg, Biagio Propato, Blake, Bob Dylan, Jack Kerouac, Pier Paolo Pasolini,
Fabrizio De Andrè, Amelia Rosselli , Lou Reed e Bertold Brecht incontrano, per
le strade di questa contemporanea Spoon River, il poeta, il carcerato, il
transessuale, il voyeur, l’anoressica e la suicida, e tutti quanti, incontrano,
in chiusura di viaggio, il padre che educa ed indirizza, esibendo
l’ineluttabilità della morte: “ a me non piacciono le sorprese che suonano il
campanello/ di casa al mattino./ Attraverso i carboni del fuoco della tua
malattia,/ in fondo, ho imparato la lezione. / Per ogni cosa della vita,/è bene
non farsi trovare impreparati.”
L’umanità precaria che
narra la diversità, narra, a ben leggere i modi della propria quotidiana morte,
tinta di frammenti corporali ( “ e
quando nel cesso vomito il niente,/ quel niente mi ricorda la mia fragilità”; “
ora l’atto è compiuto,/ lo sperma è andato in un kleenex”), la danza è una
danza macabra ( sai come me ,/ che la tristezza,/ in qualsiasi notte di
pioggia,/ puoi schiacciarla ballando ).
La strada più che vissuta,
è osservata, come metafora del vivere. Non deve trarre in inganno il vitalismo,
quasi dannunziano, che apre e chiude Interno 4 ( “ amore quindi per la vita,
per quella che gira fuori e dentro di noi, con tutte le sue contraddizioni,
quotidiane e universali” ; “ E la poesia sotterranea è ancora Regina delle
fogne…/ Ed io dal profondo continuo a credere in quella poesia”), l’impalcatura di Cony è severamente morale e
chiusa nel recinto dell’osservazione del limite estremo, che i marginali, più
di tutti gli altri, conoscono e affrontano ogni giorno.
Per questo alla
poesia è riconosciuta la missione “politica” di tentare il cambiamento e di
scommettere sulla sua possibilità ( “ In fondo le parole nell’immagine di un
verso/ filtrano in una riflessione insospettabile/ che ha il sapore di
un’aggressione a sangue freddo” ).
Sceneggiatura
sulla nostra contemporanea umanità, canovaccio di destini dolorosi che
rimandano al nostro, Interno 4 si colloca, pienamente ed in modo del tutto
originale, nella tradizione della poesia civile
del nostro secondo Novecento.
Cetta Petrollo
Cony
Ray, Interno 4, Roma, 2008, pp.138
martedì 26 gennaio 2016
lunedì 28 dicembre 2015
giovedì 24 dicembre 2015
Dante Maffia sui Recitativi d'amore.
CETTA
PETROLLO, Recitativi d’amore e altre
poesie (1977-2013), San Cesario di Lecce, 2013, pp. 146.
Un
libro che abbraccia un lungo arco di tempo, circa trentasei anni, eppure non
s’avverte nessuna frattura tra il prima e il dopo, il che significa che Cetta
Petrollo è nata subito attuale e completa, convincente e accesa da autentico
sentire. Certo, i temi si sono dilatati e taluni accorgimenti stilistici si
sono affinati, ma la sostanza del suo poetare è rimasta cristallina e densa
come al cominciamento. E’ come se le parole e le immagini di Recitativi d’amore nascessero dalle
mani, dagli occhi, dai capelli, da tutto il corpo di Cetta che però resta
“fuori” dalle grinfie dell’immobilità travasando discorsi che creano e
cancellano la tentazione d’esistere, come detta il titolo di un libro di
Cioran.
Se
volessimo racchiudere in mezza pagina la ricchezza di questo libro, come un
tempo facevano Enrico Falqui, Lorenzo Gigli e Giuseppe De Robertis, troveremmo
grosse difficoltà, non perché manchino gli argomenti, ma perché sono liquidi,
si muovono con i gesti e con i sospiri di Cetta, con le sue sensazioni, con i
movimenti delle sue mani. Dunque è una poesia-corpo che s’addensa in anima che
però assume le connotazioni di una piazza dove fanno ressa le danze delle
metafore sfaldando ogni punto fermo, rompendo i muri, sparpagliandone i pezzi, ribaltando
interamente i dati della realtà, riducendo a zero la scrittura, ridando vita e
forma inedita alla Parola, tentando di svelare i nessi tra essere e non essere,
tra luce e buio, tra realtà e sogno, tra trasgressione e assuefazione.
Per
Cetta non ci sono regole in cui entrare e farsi imbrigliare, sarebbe la morte
della poesia. La dimostrazione lampante di ciò la dà nei diciotto Sonetti che chiudono il libro, ma non serrano
le vibrazioni e i sussulti scaturiti dalle matasse limpide dei tempi poetici
scanditi sopra un immaginario palcoscenico che non chiude mai il sipario. La
poesia di Cetta Petrollo è, a un tempo, flusso della coscienza e disegno
geometrico di un teorema linguistico e psicologico che vuole ottenere la
reazione del lettore non disposto a mettersi in gioco: “Vedi come scrivo / con
calma / e vado e vengo dalla barra / e vado e vengo dal treno / e ogni volta
t’avverto / (ma faccio nicchia nel letto)”. Sono parecchie le composizioni in
cui tutto sembra slabbrarsi e andare per vie traverse, in cui il Caos
primordiale si pone al comando del viaggio illudendosi di andare lontano e non
s’accorge che si tratta di un viaggio intorno alla stanza per poter decifrare i
motivi degli sfaceli piovuti nel mondo.
La
presenza di Cetta nei versi è viva e non intende defilarsi per fare posto alle
astrazioni. Purtroppo le cose esistono e hanno una forma e un peso e dunque
bisogna farci i conti e fare i conti con la timidezza della Parola, con la sua
incapacità, spesso, di uscire dal conformismo dei vocabolari e assidersi al
centro della sostanza viva dell’essere. Le reiterazioni che qua e là affiorano
ci danno la dimostrazione di una lotta ingaggiata dalla poetessa per portare il
canto e la lirica dentro ragioni quietamente non subordinate a niente e a
nessuno. Da qui l’anarchia che si respira nelle pagine, anarchia semantica e
stilistica, umana e a tratti disumana, concreta e fuggevole, latitante e
amorosamente accolta nei sobbalzi delle intuizioni. Insomma, poesia che sa di
vita piena, dettata a Cetta da un dio umanissimo e chiaroveggente, anche
politicamente parlando.
Libri
così non ne vedo molti nel panorama della poesia italiana e perciò un plauso
alla libertà assoluta con cui la poetessa ha affrontato l’amore e la sua
sostanza, il dissesto dell’identità e dei valori e il loro mormorio mortuario
che in lei diventa lotta alla norma, al già visto e sentito, all’immobilismo
della politica e della letteratura.
DANTE
MAFFIA
Recitativi d'amore - Recensione di Cony Ray
Recitativi d’amore – di Cetta Petrollo
Recensione di Cony Ray
Emily
Dickinson, Silvia Plath, Anne Sexton?
Forse. Certo è che quella di Cetta
Petrollo è quintessenza di una originale poetica al femminile che non veste –
tra i versi – di quota rosa, né di una goccia di
Chanel n° 5, ma di pura essenza
pregnante di vita.
Il “recitativo” forma di composizione usata comunemente in melodrammi,
oratori, cantate e opere,
ma talvolta anche nei concerti, qui si fa canto alla vita
e all’amare.
E’ colloquio confidenziale, che è del
saper comunicare ciò che significa essere donna senza trucchi ne inganni. E’
del farsi “versi senza veli” di chi ama dal profondo la vita che altri gettano
via ogni giorno e ogni notte.
E l’averti addosso di Gino Paoli, come
una camicia, come un cappotto, come un bottone, una canzone mai finita, come un
giorno di sole di Maggio che scalda la pelle.
Scardinati dallo scrigno dell’esistenza
i cassetti dell’Io, della giovinezza, del presente consapevole, dell’amore,
della magia e della perdita, l’Isola del far tesoro l’Itaca tessuta da una
Penelope dei nostri giorni emerge all’orizzonte dalla costa del nostro tempo,
dai versi, con slancio, trasporto, come mossi da primo impulso - come da mille
leghe di un oceano di sensazioni, emozioni - fino a giungere al nostro
orizzonte a volte limitato, in superficie, ed approdare nella raccolta di poesie
& sonetti “Recitativi d’amore”.
Nella geografia della raccolta di versi
- che idealmente s’incammina nella Genova dei carruggi fino sui sampietrini di
Via Margutta, è il valore che si fa unità di misura del proprio esperito nella
difettosa mappa della vita, di quel interrogarsi che pone il sé - come il
lettore - davanti ad uno specchio che rifletterà ciò che nel sé conta, che è
del sentir profondo nell’animo e che all’amina, quando amore è, sembra ci dica:
Sospira…
E il miracolo che si compie proprio quando
amare non è un fine, quando non è mai un troppo rumore per nulla e nulla andrà
perso nel tempo che verrà.
L’ironia che è il sale nel mare della
vita, batte il ritmo di alcuni versi.
Si fa strada come a lenire le ferite.
A volte tagliante come l’ironia di Ennio
Flaiano, in un aforisma dei suoi in “Un marziano a Roma”: “La parola serve a
nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina
chi osa guardarla in faccia.”.
E’ vero, volutamente non ho citato
nemmeno un verso di Cetta Petrollo.
Sarebbe un sacrilegio. Come svelare la
trama di un film, il suo finale, il colpo di scena.
Per voce di donna attenta, Recitativi
d’amore è una possibilità che ci viene donata
dall’autrice nel poter imparare e
comprendere che l’osservare le cose della vita non è più una “questione
privata” ma cosmica.
Non più con gli occhi di genere ossia
maschile o femminile, ma di persone.
E’ tuffarsi e immergersi in apnea nelle
acque dell’esistenza,
nel circo della vita, senza rete.
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